
Come riporta il sito: www.beinsegnante.it, all’inizio degli anni ’70, negli anni della contestazione giovanile e operaia, una delle voci più autorevoli del panorama intellettuale italiano stupì il suo pubblico con una scelta a dir poco originale: mentre tutti si aspettavano un album dai toni marcatamente politici, Fabrizio De Andrè pubblicò a sorpresa La Buona Novella. Quest’album, uscito nel ’70, racconta in 10 brani la storia di Gesù di Nazareth, proposta attraverso la lettura combinata dei Vangeli Apocrifi.
L’album dal sapore politico e militante, in effetti, non tarderà ad arrivare: Storia di un impiegato, uscirà, infatti, proprio a qualche anno di distanza, nel ’73. Eppure la prima lettura che di quegli anni densi di cambiamento fece De Andrè partiva proprio da un tema religioso, tradizionalmente tacciato come conservatore e certamente estraneo agli ambienti tendenzialmente marxisti della contestazione studentesca e operaia.
Il senso della sua scelta culturale non fu certo nascosto o mistificato: a chi, infatti, gli chiedeva di spiegarne le ragioni, De Andrè rispondeva con spontanea franchezza che “Gesù è il più grande rivoluzionario della storia!”
La natura rivoluzionaria della figura cristiana – che professava pace, uguaglianza, dignità e diritti inalienabili – veniva evidenziata non da un teologo o da un ecclesiastico, ma da un laico, e per di più notoriamente anarchico e non credente.
Certo, la lettura di De Andrè insisteva naturalmente sull’umanità del Cristo, e si manteneneva ad una distanza consapevole da personali interpretazioni dottrinali. Nondimeno, la natura rivoluzionaria di Gesù è di fatto comunemente accettata da credenti e non credenti. I quali però, dopo aver concordato su questo, dissentono su altro.
Dissentono in primo luogo sulla sentenza emessa dalla Corte di Strasburgo, nei confronti della quale entrano in gioco le diverse concezioni, da un lato, sui modi e sulle forme della laicità dello stato, dall’altro sulla fede e su più generali tematiche religiose e identitarie.
Si tratta di una questione di estrema delicatezza, perchè inevitabilmente scatena riflessioni politiche sulla natura della democrazia e sul senso della libertà: libertà di marcare l’identità culturale e cristiana, direbbero alcuni, libertà di rispettare anche chi decide di non credere, o di credere diversamente, direbbero altri. È certo quindi che, quale che fosse stata la sentenza della Corte di Strasburgo, essa avrebbe lasciato comunque scontento qualche cittadino europeo, il quale, in un caso o in un altro, avrebbe lamentato proprio un difetto di democrazia.
Ora, è bene considerare il problema innanzitutto da un punto di vista strettamente giuridico, dal momento che esso ha avuto inizio proprio in sede giudiziaria. La questione non è di competenza della Corte Costituzionale Italiana, in quanto l’esposizione del crocifisso, in Italia, è regolata da regolamenti normativi e non dalla Carta Costituzionale. Il caso è quindi passato di corte in corte, dal Tar del Veneto al Consiglio di Stato, sino ad arrivare, infine, a Strasburgo. E qui, la Corte europea si è espressa a sfavore dei crocifissi in classe, in nome della neutralità confessionale dello Stato e del diritto alla cosiddetta libertà negativa (diritto, cioè, alla libertà di non credere). Principi, questi, che sono perfettamente in linea con gli stessi principi della giurisprudenza costituzionale italiana, la quale tutela la religione non in quanto fenomeno collettivo, ma solo nell’interesse individuale alla libertà di pensiero e di fede religiosa.
Detto questo, per tutti quelli che non si ritrovano in alcun modo nella sentenza di Starsburgo rimane irrisolto un nodo fondamentale: qual’è esattamente il fastidio che può derivare dalla presenza del crocifisso nelle scuole? Per rispondere, tornerei un attimo a De Andrè.
Se è vero infatti che la figura del Cristo ha un autentico senso rivoluzionario, è altrettanto vero che guardando al crocifisso non vediamo – o non vediamo soltanto – la storia della cultura occidentale, ma il simbolo della cultura della Chiesa. Una cultura, questa, che proprio per le sue posizioni dottrinali interviene – come è legittimo in democrazia – in questioni come il divorzio, l’aborto e i matrimoni gay che da qualcuno, però, sono rivendicate come diritti civili, ovvero quei sacrosanti principi di quella stessa democrazia in base alla quale anche la Chiesa legittimamente prende posizioni.
In questo senso, togliere il crocifisso nelle scuole significherebbe sgombrare il campo da simboli che sono sì di fede, ma che intervengono anche in questioni civili. Per non parlare poi di quei bambini educati a non credere che potrebbero percepire il crocifisso come il simbolo di qualcosa a cui non appartengono, ovvero come qualcosa di discriminante.
Il fatto è che per la prima volta generazioni cresciute a pane e laicismo avanzano istanze che possono apparire bizzarre, pretenziose, o addirittura capricciose, ma che sollevano questioni molto delicate su democrazia e libertà. Tutti sembrano sapere che cosa siano, eppure nessuno è mai d’accordo.

